Cave e miniere in Umbria, contrazione ma il comparto tiene: “Istituzioni tutelino bene collettivo”

Cave e miniere in Umbria, contrazione ma il comparto tiene: “Istituzioni tutelino bene collettivo”

L’attività estrattiva in Umbria ha subito una drastica contrazione negli ultimi vent’anni, passando dagli oltre 8 milioni di metri cubi estratti nel 2007 ai 3,83 milioni del 2024. Lo dice un documento redatto dalla Giunta Regionale, che fotografa il settore dal 2000 al 2024, evidenziando come il comparto mantenga comunque un peso economico significativo con 1.967 addetti e un fatturato di 912 milioni di euro nel 2024.

Il comparto miniere

Il documento regionale mostra l’evoluzione di un settore che ha attraversato profonde trasformazioni. Dopo la chiusura delle miniere di lignite di Pietrafitta e Bastardo nei primi anni Duemila, l’Umbria conta oggi esclusivamente attività legate alla marna da cemento, concentrate nei territori di Gubbio e Foligno.

Nel 2024 risultano operative quattro concessioni minerarie su 1.547,8 ettari, gestite da tre concessionari.

Il comparto miniere ha seguito l’andamento dell’economia generale. La produzione di marna ha raggiunto il picco nel 2007 con 1,7 milioni di metri cubi, per crollare durante la crisi economica globale fino al minimo di 678.476 metri cubi nel 2013. Negli anni successivi si è registrata una fase di assestamento, con una produzione media annua di circa 868mila metri cubi e lievi segnali di ripresa nel biennio 2023-2024. Complessivamente, tra il 2000 e il 2024 sono stati estratti circa 26,9 milioni di metri cubi di marna.

Il settore marna-cemento ha impiegato nel 2024 572 addetti tra estrazione, trasformazione e trasporto, generando un fatturato di 258 milioni di euro. Le entrate dirette per la Regione dalle concessioni minerarie ammontano a circa 80mila euro annui, legate principalmente ai canoni calcolati sulla superficie.

Ancora più marcata la contrazione del settore cave. Il numero di siti attivi è passato dalle 147 unità del 2000-2001 alle 61 del 2025, con una riduzione del 59%. La distribuzione territoriale rimane concentrata in provincia di Perugia (74% dei siti), mentre il restante 26% si trova in provincia di Terni. Su tutte pesa la chiusura – avvenuta nel 2019 – della cava di Spoleto, ex Cementir, sulla quale Filca Cisl Umbria ha insistito molto, proprio per l’assenza di risposte dopo che l’ultimo proprietario, Colacem ha deciso sostanzialmente di chiuderla continuando però con l’ok del comune a sfruttarla.

“Noi siamo sempre stati in prima fila in questa battaglia- dicono il segretario generale Filca Umbria Emanuele Petrini e il referente spoletino Emanuele Laureti – Questo settore è fondamentale per l’economia del territorio e della regione: dove c’è una cava, questa rappresenta una risorsa importante della collettività e quindi va valorizzata in tutta la sua filiera produttiva per creare ricchezza nel territorio, occupazione e sviluppo. Le scelte delle istituzioni devono andare in questo senso. Particolarmente per Spoleto, sono andati persi 220 posti di lavoro, contribuendo a dare un colpo in negativo all’economia locale: la politica deve fare su questo la sua parte”.

La situazione regionale delle cave

La programmazione regionale individua 73 giacimenti coltivabili, con un volume potenziale di circa 118,8 milioni di metri cubi. Al 31 dicembre 2024 i volumi residui autorizzati ammontano a 43,45 milioni di metri cubi. L’andamento produttivo riflette le fasi economiche: dai quasi 5 milioni di metri cubi del 2000-2001 al massimo di 6.451.014 metri cubi nel 2007, fino ai 3.119.072 metri cubi del 2024, con una riduzione del 37,2% rispetto all’inizio del periodo. L’ultimo anno ha però registrato un incremento del 15,5% rispetto alla media del biennio precedente.

Il calo produttivo varia tra le province: tra il 2000 e il 2024 la produzione è diminuita del 40,3% in provincia di Perugia e del 31% in quella di Terni, aumentando il peso relativo del ternano sul totale regionale.

Le differenze sono legate anche alla tipologia dei materiali. Le cave di ghiaia e sabbia, dipendenti dall’edilizia, hanno subito il crollo più marcato con una riduzione del 70% e una produzione scesa sotto i 300mila metri cubi nel 2024. Il calcare, materiale più estratto e fondamentale per la produzione del cemento, ha registrato una flessione del 57%, fermandosi a 1.716.736 metri cubi nel 2024. Su questa cifra incide appunto la chiusura del sito spoletino

Il basalto ha mostrato maggiore tenuta, con una riduzione del 31% e una produzione di 468.115 metri cubi nel 2024, sostenuta dagli utilizzi industriali nel settore dell’acciaio. Argilla, arenarie e calcareniti hanno registrato cali tra il 48 e il 50%.

Dal punto di vista economico, nel 2024 il settore cave ha impiegato 1.395 addetti e generato un fatturato di 654 milioni di euro. I titolari versano un contributo ambientale per ogni metro cubo estratto, ripartito dal 2015 per il 67% alla Regione e per il 33% ai Comuni. Tra il 2011 e il 2024 l’incasso stimato è stato di circa 16,26 milioni di euro.

Sicurezza nel settore estrattivo: dati positivi

Sul fronte sicurezza, dal 2015 tutte le funzioni di controllo sono state centralizzate presso la Regione. Tra il 2018 e il 2024 sono stati effettuati 351 sopralluoghi ispettivi con sanzioni per circa 1,3 milioni di euro tra il 2014 e il 2024. Nel decennio non si sono registrati infortuni mortali, mentre su 37 incidenti complessivi 15 sono stati classificati come gravi.

Smaltimento dei rifiuti: Umbria virtuosa

L’Umbria presenta buone performance anche sul fronte deel recupero dei rifiuti da costruzione e demolizione, con un tasso medio di riciclo del 78% nel triennio 2021-2023, superiore all’obiettivo europeo del 70%. Nel 2024 è partito il progetto Proud to Bee quarry che prevede l’installazione di alveari nelle cave per favorire la biodiversità e creare un sistema di monitoraggio ambientale. Nel 2025 sono stati installati 243 alveari in circa metà delle cave attive.